venerdì 17 luglio 2009

Parlamentari: Andate a Lavorare

La paura della candidatura di Grillo offre tanti spunti di discussione.

Il cuore della faccenda, però, è la coda di paglia populista del Partito democratico. Avrebbe avuto paura, mettiamo, il Pci a far candidare Pietro Ichino a segretario? O la Dc a lasciar candidare Ignazio Marino? Il fatto è che non soltanto Grillo, ma anche lo stato maggiore del Pd pensa che la base di consenso (rieccolo) del partito sguazzi nel qualunquismo antirepubblicano.

La cosa che fa paura, però, è che certi messaggi antiparlamentari sono ormai divenuti senso comune. La scarsissima qualità del discorso pubblico degli ultimi 15 anni ha fatto sì che certi slogan, certi messaggi martellanti e persino certe parole vuote, a forza di ripetizioni e a forza di assenza totale di idee, siano divenuti cardini intoccabili del pensiero politico condiviso e bipartisan.

Uno di questi è l'antiparlamentarismo.

Che ci sia un problema coi parlamentari è indiscutibile, basta leggere delle incredibili dichiarazioni di Mastella e della protesta degli ex. Ma è scoraggianteche nessuno a sinistra si senta più in dovere di dire "scusate, il parlamento è il fulcro ddelle nostre istituzioni democratiche, ragioniamo pure dei problemi che ci sono ma ricordiamoci del peso delle parole quando si discute del parlamento".

Con tutti i problemi del mondo, pare che la riduzione del numero dei parlamentari sia la pietra angolare dei programmi dei partiti italiani. Persino Pippo Civati, nel suo Nostalgia del Futuro (che è ha pagine con parecchia passione, intelligenza e buon senso) sbotta "Così si fa!", lodando Berlusconi e bacchettando il centrosinistra sul cruciale tema della Casta.

A Grillo e agli altri che si sono convinti che Grillo (o Di Pietro o Travaglio) siano di sinistra, vorrei dire che è meglio mille parlamentari liberi (anche con un rimborso spese di troppo) che 300 designati con la fedina penale immacolata. I problemi non sono i numeri o le condanne definitive scontate, il problema sono le idee e la critica.

Meno chiacchiere e più tasse


Anne Applebaum dubita che i problemi dell'ambiente possano essere risolti da 8 o 10 politici riuniti in una stanza (né da centinaia di politi e rispettivi consiglieri riuniti a Copenaghen).

"The truth is that carbon emissions will not be reduced by international bureaucrats, however well-meaning, sitting in a room and signing a piece of paper. Nor will they be reduced by public relations campaigns or by Oscar-winning documentaries. Above all, they will not be reduced by a complex treaty that neither the United Nations nor anyone else can possibly supervise, particularly not a treaty that effectively punishes those countries that abide by it and ignores everyone else. They can be reduced, however, by the efforts of entrepreneurs ... If [they] can find economically viable ways to produce clean energy, the problem will solve itself without the aid of a single international conference. To put it differently, the first solar-power billionaire will have many, many imitators"

Secondo Applebaum, i politici che hanno davvero a cuore il climate change dovrebbero cancellare le varie, inutili riunioni internazionali, tornare nei propri paesi e far digerire ai propri elettori tasse più alte sui combustibili fossili.

giovedì 16 luglio 2009

Se si ha paura di Grillo


Levare gli scudi e snocciolare regolamenti contro Beppe Grillo è un sintomo grave.

Solo un partito spaventato a morte dal confronto con chiunque e su qualunque tema ha paura di misurarsi con un arringapopolo che straparla e non saprebbe reggere mezzoretta di dibattito serio.

Grillo aveva offerto al PD la chance di fare i conti con la propria coda di paglia antipolitica e di guarirne abbastanza rapidamente. Il PD ha preferito di no.

La dogana ecologica


Qualche giorno fa, Obama ha dichiarato di non essere d'accordo con i border adjustments in materia ambientale. Si tratta della possibilità di prevedere strumenti penalizzanti (leggi: dazi doganali) contro merci prodotte in paesi che non rispettano gli accordi per la riduzione dei gas-serra. Obama è contrario, ma a Paul Krugman (Nobel per l'Economia e commentatore liberal del New York Times) i border adjustment piacciono.

Sul suo blog, Krugman sostiene che misure di questo tipo hanno solidissime basi teoriche: quando l'obiettivo non è economico (riduzione delle emissioni di gas-serra), sono ammessi strumenti di policy che riallineino gli incentivi individuali all'obiettivo collettivo. I consumatori, in pratica, saranno così incentivati a preferire merci più "verdi".

La soluzione, però, non è così semplice. Almeno secondo Piergiuseppe Fortunato di noiseFromAmerika. C'è, innanzitutto, la regolamentazione del commercio internazionale, che vieta le discriminazioni tra beni sostanzialmente identici basate sui metodi di produzione. E c'è un enorme problema di efficacia politica: "il cambiamento climatico rappresenta ... un problema globale per la cui soluzione si rende necessaria l'azione coordinata di tutti i principali paesi emissori; in questo contesto, azioni coercitive ed unilaterali ... rischiano di allontanare i Paesi in Via di Sviluppo dal tavolo negoziale invece che riavvicinarli".

La scelta di strumenti efficaci per l'attuazione delle politiche ambientali è un tema da mettere sul tavolo. Chissà che ne pensano Marino, Franceschini e Bersani.

Problemi sul tavolo


E' un'esortazione presa dal Libretto Rosso di Mao. Ed è l'umile proposito di questo blog.

Mettere i problemi sul tavolo.

Oggi più che mai, l'adesione a una parte politica è basata su intuizioni evanescenti. Precomprensioni, direbbe qualcuno. Si sta di qua per vari motivi: tradizione, contrasto, carattere e una vaga adesione a un indefinito pacchetto di valori o tendenze. Tutte cose giuste, ovviamente. E, in buona parte, dotate anche di fondamento ed efficacia razionali.

Poi, però, vengono i problemi.

C'è, per esempio, una straordinaria crisi prima finanziaria e poi economica che si è abbattuta sul mondo. Ci sono centinaia di migliaia di coppie che pagano le tasse e chiedono diritti non riconosciuti. Ci sono stranieri che vorrebbero varcare i confini europei. C'è un paese culturalmente e civicamente sempre più smarrito e logorato. C'è una totale confusione su come interpretare un modello d'impresa che è cambiato ormai da vent'anni e continua a cambiare. C'è che le risorse energetiche non rinnovabili... non possono essere rinnovate. C'è che la possibilità che un ragazzo italiano nato in una famiglia a basso reddito e bassa istruzione ha pochissime probabilità di metter su, un giorno, una famiglia ad alto reddito e alta istruzione. Ci sono mille problemi che andrebbero risolti, ma, prima ancora, andrebbero discussi. Messi sul tavolo. Che se ne parli.

Chi ha paura di un congresso competitivo? Non io. Vorrei dare il mio minimo contributo, sollevare problemi, discutere, chiedere a Marino Bersani e Franceschini e a chi li sostiene cosa ne pensano.

Servirà sicuramente a qualcosa. Nel peggiore dei casi, a capire di avere sbagliato partito.

Creare dissenso


E' naturale che un partito cerchi consensi. Il suo scopo non è solo quello d'interpretare problemi e proporre soluzioni: il suo scopo è anche quello di attuarle, quelle soluzioni. E per attuarle bisogna essere eletti. E per essere eletti, insomma, ci siamo capiti.

E' naturale, quindi, che un partito cerchi consensi. Quello che è strano, invece, è perdersi nella ricerca del Consenso. Se hai la fissa del consenso, vuol dire che sei disperatamente lontano dai consensi.

Il fatto strano è che lo scopo principale del Partito Democratico non dovrebbe essere quello di creare consenso, come tutti ripetono, bensì di creare dissenso.

Popper diceva che una teoria, per essere scientifica, deve essere falsificabile. Non serve dimostrare che sia vera. E' scientifico solo ciò che ti consente, con un esperimento, di essere smentito.

Bisognerebbe applicare un test simile alle tesi politiche: se sostieni qualcosa e tutti sono d'accordo, probabilmente non stai dicendo un bel niente. Non è politica, è fuffa. Quando sostieni qualcosa e qualcuno là intorno comincia a obiettare, ad argomentare, a esprimere disaccordo, anche a incazzarsi, allora forse è il caso di sedersi e parlarne. Forse hai torto, ma se ne può discutere. Hai una tesi. Non è fuffa.

Il feticcio del consenso è la premessa di ogni paralisi culturale. Bisogna avere il coraggio del dissenso: questo è il requisito primo di una forza politica sensata. Bisogna smettere di inseguire il feticcio del consenso e cominciare a creare dissenso.

Vorrei vedere un Pd che crea dissenso su economia, giustizia, diritti civili, immigrazione, ambiente, scuola, istituzioni, fisco. Vorrei vedere un partito che discute di cose.

Avere paura di dire cose strane, cose nuove, cose faziose, cose che difficilmente si sentono dire all'aperitivo o al bar significa avere paura di fare politica.

Parlare alla gente (che espressione stanca) non vuol dire rassicurarla, vuol dire stimolarla. La paralisi di questo paese è la paura. Il coraggio parte dal dissenso.

mercoledì 15 luglio 2009

Dentro l'apparato


Oggi ho preso la tessera del Partito Democratico.

Non ho mai avuto una tessera di partito - e non so se l'avrò per molto. Non ho mai avuto molte tessere, in realtà, neppure d'altro tipo. Solo plasticose carte da consumatore. Feltrinelli. Fnac. Barnes & Nobles. Blockbuster. Il video-noleggio dietro casa. Qualche supermercato. L'Arci. La tessera Alitalia del Club Ulisse. Consumatore metropolitano e cosmopolita.

La tessera di partito no. E' un oggetto alieno. Vintage. Me la immaginavo di cartoncino: invece è di plastica pure lei. Il partito liquido, alla fine, vuol dire questo: uno come me può chiamare un collega che una volta ha pure votato Berlusconi, presentarsi al banchetto di un Circolo e prendere la tessera del PD. O è l'effetto del partito liquido o è il segno che siamo davvero nei guai. O, forse, entrambe le cose.

Sono uno stimato professionista. Ho un iPhone e un BlackBerry. Sono abbonato a Wired e all'Atlantic. Leggo, scrivo, dibatto, consumo. Appassionato di cose politiche, ma inattivo. Libertario, ma solidale. Laico, ma comprensivo. Di sinistra, sicuramente. Lo stipendio me lo paga il capitalismo finanziario. Il mese prossimo faccio trent'anni. E adesso mi sono pure iscritto a un partito smarrito ed enigmatico.

Vedete voi come sto.

Almeno, se il PD diventa la Democrazia Cristiana, potrò dire di averci provato.

Qui, provo a raccontarvi come.